Testimonianze
Giuseppe Pietrafesa
Professore

Sono tanti i punti di questa città in grado di catturare la tua curiosità come i suoi antichi accessi medievali e le scale, in pietra o meccanizzate, che le conferiscono il titolo di “città verticale”. Ad anticipare qualcosa è il racconto del signor Giuseppe Pietrafesa, artigiano intagliatore del legno, che schiude gli aspetti storici più nascosti del capoluogo. Nel ricordarla delinea i tratti di un mondo che, forse, anche gli stessi potentini ignorano.

Cosa deve sapere di Potenza chi la vede per la prima volta? Conoscendo il passato comprendiamo il nostro presente. A chi la vede oggi dico che era una città ricca e produttiva, una terra di valenti artigiani, brulicante di botteghe e abitazioni, si faceva casa e pute’a (bottega). Fabbri e intagliatori, falegnami e decoratori, calzolai e barbieri. Un alveare di maestri, gente che si dava da fare, tra i quali spiccano i nomi di scultori come Michele Giacomino e Antonio Busciolano.

Lei ha condotto ricerche e studi sulla città, a cosa l’hanno portata? Molti punti della città attuale hanno alle spalle segni e simboli indelebili nel cuore di chi come me li ha visti e vissuti. L’attuale collina di Montereale, ad esempio, un tempo era denominata Sant’Antonio al Monte. Qui si andavano a benedire gli animali. Era noto anche come cavallerizza perché vi si tenevano le fiere di Sant’Oronzio, martire e primo patrono di Potenza, la cui immagine è stata offuscata dall’arrivo di San Gerardo La Porta da Piacenza.

Cosa ha fatto di straordinario per entrare nel cuore dei potentini? San Gerardo arriva da semplice pellegrino, partito da Ferrara al seguito dei cavalieri crociati, ma per pura curiosità. Una volta a Potenza decide di rimanervi colpito dallo stato di precarietà in cui versava la città all’epoca. A lui si attribuiscono miracoli anloghi a quelli di Gesù, anche aver trasformato l’acqua in vino. Dato questo riportato dal manoscritto di Giuseppe Rendina Historia della città di Potenza.

È leggenda o realtà? Assoluta realtà. Tanto che nel giorno del Corpus Domini era tradizione, a Potenza, allestire in piazza Duca della Verdura una fontana con due rubinetti: uno di acqua l’altro di vino, per ricordare il miracolo di San Gerardo.

Lei ricorda il passato attraverso i luoghi. Quali altri meritano di essere menzionati? L’antica via dei Palmenti, che esisteva già nel Medioevo. Era l’attuale via Raffaello Acerenza. Qui a partire dal terrapieno su cui era posto il castello (torre Guevara) c’erano le prime cantine, un vero patrimonio. Alcune sono state murate, ma stanno ancora lì.

Lei che ha conosciuto la Potenza di un tempo come può presentare quella di oggi? Non mi interrompa. La storia va raccontata, non si può sintetizzare in poche parole il passato per parlare del presente. Il vero ingresso nella città era il punto in cui oggi si trova vico Carlo Pisacane, il cui vecchio percorso è stato scalzato durante la costruzione di corso Umberto i. Questo è il vecchio calpestio del Medioevo dal quale, per dare lo sbocco su corso Umberto i, è sorta la larga gradinata lungo cui salivano a cavallo le persone che entravano in città venendo da Montereale e fin verso corso XVIII Agosto.

Non la interrompo più, prosegua il suo racconto… Potenza finiva dove oggi sorge via del Popolo che fino al 1850–60 non esisteva e dove insiste l’edificazione realizzata dai nostri nonni. Se si fa una passeggiata dal sottopasso del Muraglione (al di sotto dell’edicola di San Gerardo) fino a porta Salza, pochi sanno che tutti i palazzi sono concatenati l’uno all’altro, l’ultimo è stato il palazzo reale, costruito tra fine Ottocento e inizio Novecento creando una barriera protettiva per la soprastante via del Popolo. Ecco come si formano le cosiddette “strade terrazzate”, una caratteristica che rende originale la nostra città.

Cos’altro dobbiamo sapere? Nei pressi di piazza Mario Pagano c’era l’antica porta Amendola, più o meno dove oggi inizia la gradinata del Popolo. Un tempo questo punto era chiamato “il terreno del mandorlato” – noto anche come la scarpata di zi’ Pup’ – perché dove oggi ci sono le scale spuntavano tanti alberi di mandorle, mentre da porta Salza alla fine di via Mazzini si era avvolti dal profumo delle acacie. Non tutti sanno, infine, che grazie ad alcune bolle di spesa rinvenute presso l’Archivio di Stato di Potenza, che rendicontava il restauro delle porte, è stato possibile riconoscere tra queste anche porta San Carlo. Ignota ai più, sorgeva tra il castello e palazzo Bonifacio.

Sfoglia le testimonianze
PRECEDENTE
Sacerdote
SUCCESSIVA
Blogger
esplora tutte le interviste