Testimonianze
Gennaro Favale
Portatore

Nella vita di ogni potentino risuona il nome di san Gerardo, patrono del capoluogo. A scuola, se non si è preso proprio un bel voto a un’interrogazione, si ironizza sul simbolo numerico a cui rimandano le tre dita della mano destra del santo, in realtà, simbolo dell’atto del benedire. Il clima piuttosto rigido o, comunque, la bella stagione che tarda ad arrivare fino a primavera inoltrata, non rappresentano un mistero, d’altronde si dice: “Se non passa san Gerardo, il tempo non migliora!”. E san Gerardo, puntuale, arriva, ogni 30 maggio, indiscusso protagonista di una solenne processione per le strade del centro storico, dopo giorni di festeggiamenti che culminano nel 29 maggio, data della storica Parata dei turchi, rappresentazione della leggendaria cacciata del popolo da Potenza da parte di san Gerardo vescovo La Porta. L’evento scandisce momenti di folclore, devozione, cultura, che vede nei “Portatori del Santo” un’istituzione intramontabile, come racconta il presidente dell'associazione, Gennaro Favale, potentino, avvocato, portatore fino a che – dice – l’età lo consentirà!

Chi sono i “Portatori del Santo”? Un gruppo di “giovani” che dal 1997, quando eravamo solo in cinque, porta a spalla il tempietto di San Gerardo lungo tutto il percorso della Parata dei turchi, dal campo sportivo Viviani alla cattedrale di San Gerardo. Oggi siamo 55 portatori e l’ominima associazione conta 160 persone.

Come inizia la giornata di un portatore? Apri gli occhi e sei già stanco, perché reduce dai giorni precedenti, fatti di eventi di totale coinvolgimento: concerti, mostre, balli popolari, degustazioni di prodotti tipici, divertimento puro, insomma. Posso dire che la giornata è uguale a se stessa da quasi vent’anni, ma qualcosa è cambiato in quello per tutti è ormai “il pranzo dei portatori”, il nostro evento, nato come momento condiviso solo da noi associati in un ristorante della città, vestiti con gli abiti della parata prima del lungo cammino, poi per nostra scelta trasformato in un momento da vivere con e per la città. In piazza, ad allestire tavoli, organizzare gli spazi per ballare e poi cominciare a far festa a partire da mezzogiorno, sull’onda del folclore, perché la nostra è una festa popolare. Se penso a quando tutto è cominciato, quando con un radione in piazza ballavamo al ritmo di tarantelle e la gente ci considerava abbastanza folli, oggi invece abbiamo costruito un evento negli eventi.

Oggi cosa rappresentano i giorni di san Gerardo per voi portatori? Andiamo nelle scuole a presentare progetti e iniziative culturali – con il filo conduttore del divertimento – che raccontano ai piccoli chi era san Gerardo, cosa c’è davvero dietro ai festeggiamenti in suo onore. La storia, sì, ma anche il senso semplice e brioso che può far sentire i più piccoli sempre più vicini alle tradizioni della città, attraverso fumetti, opuscoli studiati per loro, teatri di burattini.

Come si è evoluta la Parata e tutti gli eventi che le ruotano attorno? Forse anche senza rendercene conto, ci siamo accorti di aver radunato a Potenza, in questi giorni, giovani provenienti anche da fuori regione che accorrono in occasione del pranzo per poi trattenersi fino alla parata. Certo siamo orgogliosi di aver creato iniziative di valore anche da un punto vista turistico per la città.

Come vi preparate alla Parata dei turchi?
In un certo senso è proprio il pranzo, ambientato ormai da anni in piazza Pignatari, l’elemento del divertimento e della comunione pura, ma finito quel momento di festa, fatto di balli e canti popolari e buon cibo locale, ne inizia uno altrettanto coinvolgente ed emozionante, fatto di silenzio e riflessione, folclore e storia.

Avete un motto, un rito scaramantico, prima di caricarvi sulle spalle il peso morale, religioso e sicuramente anche fisico del tempetto di san Gerardo? Una volta indossato l’abito, prima che un sacerdote benedica l’icona del patrono, ci raccogliamo in alcuni minuti di silenzio e uno di noi legge la preghiera tradizionale rivolta a san Gerardo. A quel punto siamo pronti per calarci nei panni dei portatori e intraprendere il lungo cammino nella città.

Ci descrivi l’abito dei portatori? I nostri abiti, realizzati artigianalmente da una sartoria, consistono in un lungo mantello sul quale sono incisi il simbolo della città, il leone, e un’immagine di san Gerardo. Ognuno ha il suo abito e chi lo indossa ne porta la responsabilità e il peso, vivendo e facendo vivere un elevato momento culturale, storico e spirituale per Potenza. In quella occasione ci sentiamo strumento e veicolo per comunicare i valori della città.

Come si vive la dualità di sentimenti che si sovrappongono nella giornata del 29? Per noi è un giorno sacro, ma al termine della goliardia del pranzo, quando arriva il tempietto, noi siamo lì, e per incantesimo cambia l’atmosfera, perché siamo consapevoli del ruolo che andiamo a ricoprire. Percorrere le strade di Potenza leggendo negli occhi dei potentini la devozione e la curiosità di chi comunque arriva per assistere alla parata non ci lascia indifferenti. La festa di san Gerardo è sentita da tutti, la spiritualità del momento è elemento basilare, certo fosse stato solo quello non avremmo raggiunto negli anni il successo che oggi viviamo.

Una curiosità: portatore si diventa? Il requisito minimo è aver fatto parte attiva della nostra associazione e aver dimostrato soprattutto attaccamento alla città, al di là della spettacolarizzazione. Insomma, bisogna essersi meritati il ruolo. Tengo a dire, però, che abbiamo costituito un gruppo under 30 – noi ormai siamo un po’ “anziani” – e il percorso si fa sempre più faticoso.

Al termine di ogni 29 maggio, svestiti gli abiti del portatore cosa speri di aver lasciato nella folla che ha invaso la città per assistere alla sfilata? L’augurio è trasmettere, o quantomeno provarci, l’idea di appartenenza alla città, dimenticare e far dimenticare i pregiudizi, i momenti di difficoltà a volte legati alla nostra come a tante altre città, mettendo in valore il fatto di essere nati e cresciuti qui e andarne fieri.

C’è un episodio avvenuto e rimasto impresso in questi anni? Ce ne sono davvero tanti, difficile estrapolarne uno solo, ma se proprio mi costringi ti racconto quello legato all’anno in cui abbiamo avuto dei disguidi nell’attesa del tempietto di san Gerardo e degli abiti. Il ritardo si è prolungato oltremodo e poiché la parata stava per avere ormai inizio, pur di non rinunciare, abbiamo sfilato indossando la felpa.

Cosa chiedete a san Gerardo? Serenità, visibilità, rinascita per la città che, distrutta da terremoti e vari momenti difficili, è sempre ripartita. Quello che chiediamo è che sia sempre in grado di ripartire e andare avanti.

Sfoglia le testimonianze
PRECEDENTE
Ballerino
SUCCESSIVA
Direttore
esplora tutte le interviste