Testimonianze
Antonio Lerra
Storico

Il passato riaffiora costantemente nel presente suggellando un solido legame con la storia. Intensa, incisiva, incancellabile quella di Potenza, che in ogni suo angolo custodisce simboli e segni di avvenimenti importanti. Come evidenzia Antonio Lerra, professore di storia moderna nell’Università della Basilicata, presidente della Deputazione di storia patria e autore di numerose pubblicazioni sulla città.

Quali elementi caratterizzano il profilo storico della città di Potenza al punto da poter richiamare l’attenzione di un potenziale visitatore? L’interessante profilo storico della città di Potenza, dall’antichità all’epoca contemporanea, ha certamente nell’età napoleonica (1796–1821) il suo caratterizzante spartiacque, anche per la sua elevazione a capitale/ capoluogo (1806) dell’allora riconfigurata provincia di Basilicata, con conseguente sviluppo strutturale e infrastrutturale, quale baricentro d’espletamento delle nuove funzioni istituzionali-amministrative e giudiziarie. Una scelta, quella di marca napoleonica, da ricondurre sia alle ufficiali motivazioni di strategica posizione territoriale e logistica della città, sia al ruolo di prima fila svolto da larga parte dei potentini nel corso della breve, ma significativa, “ventata” del 1799 repubblicano.

Dunque, anche un interesse diretto di Giuseppe Bonaparte per la città? Certo. Basti considerare che appena qualche mese prima del riassetto istituzionale-amministrativo delle province del regno, il generale francese Philibert-Guillaume Duhesme aveva palesato a Giuseppe Bonaparte l’opportunità di fare proprio di Potenza «fortificata e munita il più formidabilmente possibile», addirittura «una riserva, un rifugio e una seconda capitale […] onorata dalla residenza periodica del sovrano, sede di tribunali e di amministrazioni superiori delle province vicine».

Quanto al 1799 repubblicano? Già il 23 gennaio del 1799, proprio nel giorno della costituzione del governo della Repubblica a Napoli, si svolse a Potenza un’affollata manifestazione di popolo fra grida di «Francia dentro e Ferdinando fuora», con abbattimento di ogni simbolo reale; dieci giorni dopo, il 3 febbraio, fu unanimemente eletta la locale Municipalità democratica e popolare, in pubblico parlamento (in piazza Sedile o del Seggio) presieduto dal vescovo Andrea Serrao, già tra i promotori dell’innalzamento dell’Albero della libertà.

Proprio l’Albero della libertà ha avuto un significato incisivo nella storia della città. Il 27 febbraio, appena tre giorni dopo la brutale uccisione del vescovo Andrea Serrao e del reggente il seminario diocesano Antonio Serra – simboli del “nuovo” che si era messo in moto in una realtà ancora stretta nella morsa del locale feudatario, conte Loffredo, e del ceto nobiliare –, si riuscì a ripiantare l’Albero della libertà, rieleggendo, sempre in pubblico parlamento, una seconda municipalità repubblicana che, a fine marzo, sarebbe stata tra le sette municipalità repubblicane aderenti ad una significativa Lega o Patto di concordia, con l’obiettivo di «aiutare negli altri l’avvento delle nuove idee» e di difendersi reciprocamente da «attacchi nemici».

Possiamo, dunque, dire che Potenza ha svolto un ruolo determinante nella cruciale fase di passaggio dall’ancien régime al primo gradino della modernità, rilevante snodo dello stesso percorso risorgimentale? Certo. Potenza sarebbe anzi da connotare come città capoluogo e del Risorgimento, non solo per l’attivo ruolo svolto nell’appena richiamato primo snodo del Risorgimento, il 1799 repubblicano. Si pensi, sempre nell’ambito dell’età napoleonica, all’apporto dato alla rivoluzione costituzionale del 1820/21 e, successivamente, alla “Primavera dei popoli” del 1848/49, per non parlare della più nota insurrezione del 18 agosto 1860, attuatasi prima dello stesso sbarco di Garibaldi sul continente. Un evento particolarmente «glorioso», questo, in ricordo del quale il re d’Italia Umberto I conferì alla città di Potenza la medaglia d’oro «per il valore dimostrato dalla cittadinanza».

Sono ancora individuabili i segni di questi gloriosi connotati? Indubbiamente. Oltre alle tante tracce strutturali, nonché a testi e documenti conservati e consultabili nei luoghi di studio e di ricerca (Università degli studi della Basilicata, Deputazione lucana di storia patria, archivi e biblioteche), è la toponomastica stessa della città che, pur rivisitata nel tempo, conserva alcuni rilevanti segni, dal vero e proprio «anello risorgimentale» (piazza XVIII Agosto 1860, corso Umberto i, via Mazzini, via Cavour, corso Garibaldi) al cuore del centro storico (piazzetta Martiri lucani, via Sacerdoti liberali, via Andrea Serrao, largo e vico Vincenzo D’Errico, piazzetta Emilio Maffei, vicolo Rocco Brienza, via Nicola Alianelli, piazza Mario Pagano, vicolo Nicola Mignogna, vicolo Emilio Petruccelli, via Giacinto Albini).

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