Testimonianze
Antonio De Siena
Archeologo

I musei potentini racchiudono il cospicuo patrimonio di una città che mantiene saldo il suo contatto con il passato — e in alcuni casi anche con il presente — da custodire e promuovere. L’archeologia lucana, ma anche l’arte nelle sue diverse espressioni, insieme a interessanti oggetti sacri trovano la propria collocazione nei musei di Potenza. Antonio De Siena, archeologo ed ex soprintendente per i Beni archeologici della Basilicata, rivela il valore di una passeggiata nei “templi” della cultura potentina.

Sono diverse le realtà museali presenti a Potenza, un valore aggiunto per la città? È indubbio. La proposta culturale della città è migliorata negli ultimi anni. Esistono istituzioni pubbliche, associazioni, centri e luoghi che promuovono iniziative destinate ad un pubblico diversificato per età e formazione. Il panorama attuale risponde pienamente alle sollecitazioni della comunità locale. Esso copre gli interessi di molti, spazia dall’archeologia del territorio all’arte moderna e contemporanea, dalle tradizioni popolari all’arte sacra, dagli archivi storici alla pubblicistica recente.

Il cuore dell’archeologia lucana, però, batte all’interno di palazzo Loffredo, sede il Museo archeologico nazionale Dinu Adamesteanu... Il museo racconta la storia di un territorio posto al centro di due mari, attraversato da fiumi che disegnano una rete naturale di strade di collegamento. È una terra di immigrazione, ospitale, che ha visto nel tempo l’arrivo di gruppi greci lungo la costa ionica e di lucani nell’area interna. Le colonie greche di Metaponto e di Siris-Herakleia, i centri fortificati di Vaglio di Basilicata, di Pietragalla, di Tricarico, di Croccia Cognato, nel territorio di Oliveto, e le città romane di Grumentum e Venusia sono i luoghi privilegiati di questa presenza umana. Nel museo si leggono molto bene queste straordinarie forme d’integrazione culturale.

Rilevante è anche il ruolo giocato dal Museo provinciale, scrigno di importanti reperti. Storicamente il museo ha svolto un ruolo importante nella raccolta e conservazione della documentazione archeologica. Era l’unico punto di riferimento per il territorio. La competenza della regione Basilicata per la tutela dei suoi monumenti antichi era infatti divisa tra Taranto, Salerno o Reggio Calabria. Questo spiega anche la parziale dispersione del suo patrimonio archeologico, fino all’istituzione della Soprintendenza per le antichità, nel 1964. Il Museo provinciale ha saputo supplire all’assenza di un istituto nazionale, attraverso un’attenta attività di raccolta e tutela nel territorio. In questo modo si spiega la presenza di un torso in marmo greco dal santuario urbano di Metaponto, del tempietto di Garaguso o dell’iscrizione di Vaglio di Basilicata con il nome di Nummelos.

Quale peculiarità vorrebbe notasse un visitatore appassionato di archeologia visitando i musei potentini? Il Museo nazionale, oltre a presentare in una sintesi necessariamente breve l’archeologia dell’intero territorio regionale, punta l’attenzione sulla documentazione proveniente dai centri italici ubicati nell’area intorno al capoluogo. Il riferimento è a Serra e Rossano di Vaglio, a Satriano, a Baragiano, ad Oppido Lucano per citare solo alcuni casi più significativi, ma non unici. Si tratta di contesti funerari o d’abitato d’età arcaica riferibili a personaggi emergenti presenti all’interno delle varie comunità locali. I pregiati materiali che compongono i corredi e le strutture architettoniche usate per la costruzione delle monumentali residenze, marcano la capacità relazionale di questa popolazione italica. Sono documentati scambi commerciali con i maggiori centri del Mediterraneo. L’accumulo di ricchezze, provato da oggetti in oro, ambra, bronzo e ceramica decorata d’importazione greca ed etrusca, lascia facilmente intuire le modalità di un’integrazione culturale senza limiti geografici, l’adozione di modelli ideologici ispirati dall’epica omerica e che rinviano alla Grecia continentale, attraverso l’importante mediazione delle due colonie greche della costa ionica. A questa fase arcaica segue il momento della colonizzazione lucana, rappresentata dalla particolare documentazione del santuario confederale di Rossano di Vaglio, dalle imponenti fortificazioni dei siti d’altura e dai complessi funerari ricchi di vasi figurati e oggetti che rinviano al simposio e al banchetto ultraterreno. Chiude la narrazione la conquista romana, con le emergenze urbane e monumentali di Venusia e Grumentum.

Sfoglia le testimonianze
PRECEDENTE
Giornalista
SUCCESSIVA
Atleta
esplora tutte le interviste